Davanti a se la pittura

Davanti a se la pittura ha spazi ormai inospitali, troppo stretti. Cosa potrebbe ancora rappresentare la nostra pittura su questo pianeta? Io sono parte di un’umanità abbandonata sul proprio pianeta, che ha sancito da molto tempo la fine del mandato della pittura, tenendolo ancora in vita per motivi meramente economici e speculativi, che non hanno niente a che fare con l’insopprimibile desiderio (disumanamente individuale) di esprimersi; di esprimersi con la pittura, la pittura ancora a olio, almeno finché l’industria del colore a olio continuerà a produrne, nonostante la fine della pittura.
Davanti a se la pittura non ha più nulla, ma ha tutto dietro, davvero tutto. Oggi la pittura ha davvero dietro di se tutto, ma assolutamente più nulla davanti. Questo “tutto” che la pittura ha dietro di se, mi lavora dentro; ma in realtà il passato è assai parco nei miei confronti, mi ignora, non mi comunica più niente.
Con un piede nel vuoto mi sto allontanando dalla grande astronave della storia e della pittura. Nel vuoto, ancora con un residuale bisogno di dipingere, assisto a questo allontanamento, apparentemente impercettibile. L’angoscia che ne deriva è genuina, persino rassicurante e non posso definirla spiacevole. Ma so davvero da cosa mi sto allontanando? Di sicuro la sensazione di vuoto aumenta comunque. Il mio piede è nel vuoto, fra “tutto il dietro” che si allontana (fruibile nei musei) e l’angusto spazio che la pittura ha davanti, verso la tomba del cosmo.
Diciamo che la pittura sia in difficoltà (io credo che abbia già cessato di respirare); diciamo che non si tratta più di sostituire a un vecchio linguaggio un nuovo linguaggio (ci sarebbe da sorridere); diciamo, invece, che dovremmo lasciarci andare al desiderio definitivo di non dipingere più. Un artista è propenso all’inoperosità, ad abbandonarsi alla pura inattività. Dal dipinto ipotetico che, per l’ultima volta, ognuno di noi vorrebbe ancora dipingere, sta sparendo tutto, molto lentamente.
Niente è meglio di un soffitto imbiancato di fresco traspirante, forse nemmeno gli artisti che ho amato.
Da circa vent’anni, svolgendo un’attività di imbianchino e tinteggiatore, tengo la pittura alla giusta distanza, alla giusta distanza anche la sua morte. Non sono un artigiano, ma le mie mani mi ricordano che in un altro tempo lo sono stato. La dignità di un mestiere ha rafforzato il mio approccio, esile, con lo spazio della tela e il suo vuoto: non ho riempito il vuoto, ma l’ho svuotato ancora di più.
Imbiancando e tinteggiando penso alla residua possibilità di dipingere, alla difficoltà di collocare una figura umana nello spazio. Penso intensamente alla tela bianca. Imbiancando una parete, muovendo le mie braccia insieme ad un’asta, un bastone, un rullo, so che la pittura è assolutamente tutta dietro di noi e che davanti non c’è nulla.
(Nuda o vestita una figura rappresenta la nudità del quadro, la nudità della pittura. La nudità è l’istante in cui la figura e il suo paesaggio si sospendono in un’unica cosa, figurata e mentale, scoprendo il volto dell’opera. Assistere a ciò, quando ancora dipingo, mi conforta; davanti al volto dell’opera “divento più buono” per dirla con Canetti, “senza poterne essere fiero”.)
Zeno, mi dispiace molto che tu non sia più qui, perché desidererei mostrarti alcune mie prove, anche una sola, l’ultima.
La pittura, nei secoli sempre meno fiera, è stata la corsa per affrancarsi da se stessa. Affrancandosi dai suoi esiti parietali (il Carmine) lentamente, o fin troppo velocemente, la pittura ha affrontato la propria fine.
In fondo ho sempre amato il cinema (importantissimo e respirandone sempre la sua origine muta) perché amo di più la pittura. Per me, importantissimo, rimane solo quel gesto che la pittura continua a sollecitarmi, da non sembrare mai in pericolo, anche se un’opera dipinta può davvero poco per sopravvivere alla propria morte. Questo “poco” è ancora persuasivo e mi basta solo un grammo di colore.
Detto ciò, la pittura è alla fine, già finita da troppo tempo e anch’io me ne sto accorgendo da troppo tempo; è evidente che sia diventato inutile dipingere, ma ho paura di dover rinunciare, anche se lentamente o fin troppo velocemente, a tale inutilità.