Per Transavanguardia non intendo

Per Transavanguardia non intendo i suoi autori, il suo teorico e l’indiscusso successo nel mondo, ma la collettività artistica e imprenditoriale che aderì senza condizioni al rilancio di rappresentazioni decadute.
Gli anni ’80 e ’90 sono questo, mentre il resto è stato un esperimento artistico, culturale, consumato in un rassicurante epigonismo di sistema. Questo genere di pittura ha rappresentato molto nella nostra società mercantile, collaborativa, economicamente bigotta ma da decenni priva, in tutta Europa, di una comunità avanzata. Ha rappresentato solo se stessa, molto, non rappresentando nient’altro. Un’arte convenzionale, in una collettività convenzionale, produce puerilità, colmando il proprio vuoto con una merce funzionale ai propri conformismi estetici e all’avidità da parvenu di un settore, ormai, come l’arte contemporanea e i suoi mercanti. Il problema è sociale, drammaticamente mondiale, da queste parti connaturato alla vecchia cultura italiana che, storicamente arretrata, mise in atto l’ennesima chiamata, furoreggiante, questa volta con pretestuosità artistiche.
La spettacolarità del consenso favorì ulteriormente il successo retorico, predicatorio, coercitivo e sprezzante di questa italianissima operazione creativa e pubblicitaria, sdoganando il nostro vecchio e insopportabile volto storico: quello di una società profondamente incolta e acriticamente salda alla sovranità della propria origine. “Questa biennale è fascista” disse giustamente Novelli nel ’68. E dopo?
Per due ventenni la Transavanguardia non ha prodotto la benché minima riflessione sullo spazio pittorico, un pensiero che avvicinasse giovani artisti propensi all’emancipazione visiva e non solo. Invece: compulsività grafica, figure illustrative, addobbi senza profondità, colori che sono solo pubblicità dei colori.
“Vi sono autori, e non di meno celebri, le cui opere non sono altro che l’evacuazione delle loro emozioni”. La pittura è ferma al 1970 (la pittura è sempre meravigliosamente ferma); quel che è stato concepito dopo, inclusa la Transavanguardia, discende ancora solo da un lontanissimo “Combine” pop , poi populistico, impolverato e arrugginito.
Intendo questo per Transavanguardia italiana.